di Gianmario Mariniello per il Bimestrale CON
“The age of chivalry is gone”. Con questa “sentenza” Edmund Burke, il grande politico angloirlandese, cattolico, membro del parlamento britannico, giudica l’assassinio di Maria Antonietta di Francia ad opera dei sedicenti rivoluzionari del 1789.
Nel Vecchio Continente la storia della Rivoluzione francese viene dipinta nei libri di Storia come un momento di liberazione, di progresso. È un quadro dove sembra che da un giorno a un altro si transita dall’Età del buio alla nuova era illuminata dal Sol dell’Avvenire. Bisognerebbe invece inserire una lettura obbligatoria di Edmund Burke nei licei italiani, per conoscere quanto meno un’altra campana.
Nella sua più famosa opera, “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia”, edito in Italia solo dalla Casa editrice Ideazione nel 1998, Edmund Burke esprime con il miglior stile anglosassone tutto il suo disappunto per gli eventi francesi di quei giorni, prevedendo cosa sarebbe successo negli anni a venire e quali effetti culturali avrebbe comportato la Rivoluzione francese.
Il successo di Edmund Burke nei paesi anglosassoni è tale che ancora oggi il suo libro è una delle letture più importanti in Irlanda e Inghilterra, dove è definito un “classico”. Si insegna nelle scuole, anche per il suo stile complesso e aulico. Grande oratore, Edmund Burke fu una delle migliori intelligenze a servizio di Sua Maestà sul finire del 1700.
Negli USA l’angloirlandese è visto come il padre nobile del conservatorismo. Russell Kirk, il capostipite del pensiero conservatore nordamericano, gli dedica la prima parte del suo capolavoro “The Conservative Mind. From Burke to Elliot”, mai tradotto in italiano.
Edmund Burke è il prototipo del Conservatore. Forse è “il” Conservatore. Realista in politica estera, liberale in politica economica, tradizionalista (anche per via del suo cattolicesimo) in campo morale, liberale classico in materia istituzionale.
“Una cosa può sembrare promettente in teoria ed essere rovinosa in pratica; un’altra può sembrare cattiva in teoria, e alla pratica dimostrarsi eccellente”. Il dialogo con i rivoltosi coloni americani poteva sembrare spregevole agli occhi della Corona inglese, ma forse era la soluzione giusta per evitare l’indipendenza statunitense del 1775.
Non fu una rivoluzione, quella americana, spiegò successivamente Russell Kirk: fu solo un distacco formale – non morale e culturale – dalla madrepatria inglese. Per affermare ciò, Kirk usò le categorie interpretative burkeane. L’angloirlandese, proprio in nome della comune cultura britannica che legava l’ex madrepatria alle ex colonie – sempre credette di poter riunire sotto la Corona inglese gli ex possedimenti del Nuovo Mondo. Si legga a tal proposito il famoso discorso “Conciliation with America”, del 1775.
“È nell’interesse del mondo commerciale che la ricchezza possa trovarsi dappertutto”. Edmund Burke fu forse un primo sostenitore della globalizzazione, forse anche grazie alla sua esperienza come parlamentare di una Nazione con possedimenti territoriali lontanissimi tra loro.
Il suo liberalismo classico era temperato dal realismo dell’esperienza. Non disdegnava la democrazia, ma anche a causa del grande spavento derivante dall’ideologia giacobina, detta anche “democratica”, riteneva che l’ordine fosse l’elemento più importante per la sopravvivenza di uno Stato. “Un ordine perfetto è il fondamento di tutte le cose”.
L’accusa di dispotismo, specie in un Paese come il nostro, dove il termine “ordine” si ricollega a esperienze dittatoriali buie e pericolose, va rigettato al mittente. L’ordine è equilibrio e prudenza per Burke. “Quanto più grande il potere, tanto più pericoloso l’abuso”. In Burke ritroviamo nella sua massima e più coerente espressione, lo scetticismo britannico e la sana diffidenza anglosassone verso l’espansione fuori controllo dello Stato.
La Rivoluzione francese è il suo obiettivo preferito, anche a causa della spaccatura nel suo partito, i Whig, all’indomani degli eventi d’oltre Manica.
La sua contrarietà è rivolta al concetto di rivoluzione in senso stretto, ossia nel senso latino del termine: “La semplice idea della formazione di un nuovo governo è sufficiente ad ispirarci il disgusto e l’orrore; noi ci auguriamo anche oggi, di dovere tutto ciò che possediamo soltanto all’eredità dei nostri antenati”.
Il pericolo è dietro l’angolo: fondare uno Stato nuovo, basato solo sull’ideologia, può cancellare tutti i diritti precedenti e la stabilità dell’ordine costituito. È quanto accadde in Francia nel 1789. Burke allora esaltà il “modello britannico”: “abbiamo una corona ereditaria, un’aristocrazia ereditaria nonché una Camera dei Comuni e un popolo che ereditano dei privilegi, franchigie e libertà da una linea di antenati. Con una politica costituzionale operante sul modello della natura, riceviamo, teniamo e trasmettiamo il governo e i privilegi nello stesso modo in cui godiamo e trasmettiamo le nostre proprietà e le nostre vite”.
Ma l’ideologia della Rivoluzione francese intendeva archiviare per sempre l’esperienza di una storia lunga secoli. In nome della fumosa dizione “diritti civili”. “Ai loro occhi, l’esperienza è la povera saggezza degli illetterati; quanto al resto, esempi tratti dall’antico, precedenti, statuti, atti parlamentari, tengono pronta sottoterra una mina che li farà saltar tutti per aria con una sola immensa esplosione. Questa mina si chiama “i diritti dell’uomo”. Contro questi non v’è usanza che conservi il suo valore prescrittivo, non v’è trattato che obblighi; non ammettono né mitigamenti né compromessi: ogni piccola detrazione dell’assolutezza delle loro pretese costituisce frode ed ingiustizia. Alla nuova luce dei diritti dell’uomo, nessun governo si ritenga protetto dalla sua lunga esistenza o dalla giustizia e mitezza della sua amministrazione. Se la sua forma non quadrerà con le teorie dei nostri interessati ragionatori, poco gli varrà l’esser vecchio e benigno; avrà lo stesso destino della più violenta tirannia o della più recente usurpazione”.
Stupisce – ma nemmeno più di tanto – l’oblio riservato a Burke nel Vecchio Continente. Il suo pensiero costituisce una pietra miliare per il pensiero della più grande famiglia politica europea e la sua lucida analisi si è rivelata corretta quando ha dovuto affrontare il giudizio della Storia. Se i libri di Storia omaggiano la Rivoluzione francese, la Storia ha dato ragione a Burke.
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2 Commenti
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Grazie, Rob. Ti rivoglio in prima linea.
Certo che me lo ricordo, impossibile dimenticarti. Ti chiamo...
legalità e libertà, sei il mio orgoglio perchè non a caso io...








ave Gianmario,
Burke sicuramente va studiato perché ritengo sia più complesso di quel che sembra.
il vero problema è che noi viviamo in un mondo che è politicamente totalmente conservatore in quanto siamo rimasti alla rivoluzione francese che divise tutto in destra e sinistra.
dalle separazioni nasce un grande potere e un grande abuso.
viviamo in un mondo di conservatori di fatto dove la sinistra conserva la sinistra(o almeno ci prova),la destra conserva la destra e il centro conserva il potere.
forse il mondo è solo gattopardiano.
ciao amico Gianmario!
L’attualità di Burke sta proprio nell’aver condannato tutto quello che ha rappresentato e rappresenta la tragica rivoluzione del 1789.